mercoledì 19 giugno 2013

banditi a Orgadas...

«Non poteva averne, di paura. Una volta, sì, era bianco come il latte, nient'altro che ossa involte in pelle. Lo avevano soprannominato Sonetàula perché ogni colpo dato a lui, dicevano i compagni per ridere, faceva sonu 'e taula, rumore di legna, come ad essere dentro una bara». Così il romanzo di Giuseppe Fiori inizia a raccontare la storia di Sonetàula, (diventato anche un film diretto da Salvatore Mereu e prodotto da Rai Fiction). Siamo in Sardegna e Zuanne detto Sonetàula è un giovane pastore di Orgadas che decide di diventare bandito. Nell'Italia tra gli anni '30 e '40, il ragazzo ha visto il padre finire al confino per un delitto che non ha mai commesso. Per questo decide di ribellarsi e lo fa a modo suo: diventando un ricercato e pericoloso fuorilegge.
Cupo e viscerale romanzo di formazione che guarda a tanto cinema americano (ma anche a Banditi a Orgosolo film di Vittorio De Seta del 1961) Sonetàula venne pubblicato nel 1962 da Canesi con discreto successo spingendo l'autore, giornalista e uomo politico (venuto a mancare nel 2003) a riprenderlo recentemente in mano - nel 2000 - togliendo centocinquanta pagine e traendone un "nuovo romanzo" come egli stesso scrive in una nota in testa all'edizione Einaudi. Il risultato è una storia prosciugata, ridotta allo essenziale, capace di dare forma a un universo barbaricino arcaico e potente in cui non si disdegnano atmosfere quasi western (o comunque 'di frontiera', come doveva essere la Sardegna post-bellica e come in parte, nel profondo dell'anima di molta tradizione sarda, è ancora). La lingua di Fiori è creativa e piena di simbolismi aspri, che talvolta rigurgitano il Fenoglio più sanguigno altre volte addirittura il miglior Faulkner. Consigliatissimo.

Sonetàula - Giuseppe Fiori (Ed. Einaudi)

martedì 18 giugno 2013

lunedì 17 giugno 2013

il detective storico...

Ho sempre avuto la passione per la storia sin da fanciullo imberbe «quando spalancavo gli occhi di ammirazione al gesto di Pietro Micca o a quello di Enrico Toti che scaglia la gruccia contro il nemico, non avendo altro da tirargli addosso, o alla risposta fulminea di quel generale francese napoleonico che, alla richiesta di resa da parte degli inglesi, gli urlò in faccia la parola ignobile (oggi farebbe ridere) diventata nobile almeno in quel caso».
Perciò ho seguito il filone del giallo storico con animo perturbato e commosso (tanto pe’ fa ‘na citazione). Affezionato ad una caterva di scrittori come Ellis Peters (il Medioevo mi ha sempre affascinato) ma, soprattutto alle indagini di Aristotele della Margareth Doody che mi fa venire in mente l’illustre Dorothy L. Sayers per gli studi, la classe dello stile e il suo pallino per il filosofo greco. Traduttrice, tra l’altro, quest’ultima, dell’Inferno di Dante. Ecco l’obiettivo. Dante, non tanto come scrittore e poeta, ma come investigatore, o comunque infilato a forza nei delitti più atroci (vedi un po’ la tiritera dei vecchietti per arrivare al dunque).
Oggi sta spopolando il detective storico. Non c’è niente da fare. In qualsiasi periodo tu voglia mettere il naso giallastro (forse manca il paleolitico ma non ne sono sicuro) eccolo lì pronto a districarsi tra morti ammazzati. Che poi nella storia vera, la sua vissuta voglio dire, abbia fatto tutt’altro importa assai. Basta che sia un personaggio importante, di nome, che attiri subito l’attenzione dei lettori. Per il resto ci pensa lo scrittore ad affibbiargli una qualche abilità investigativa.
Tra i tanti ricordo il già citato Aristotele e poi Machiavelli, Giordano Bruno, Leonardo da Vinci, Socrate, Aurelio Stazio (grande Comastri Montanari!) e via e via e via. Ma il più apprezzato, il più osannato, il più strapazzato è senz’altro il nostro Dante, ora racchiuso in un volumone di quasi novecento paginone dall’esperto Giulio Leoni che lo battezza antenato di Sherlock attraverso Le indagini di Dante, Oscar Mondadori 2013.
Qui deve risolvere quattro casi: «Un celebre mosaicista ucciso ai piedi di un'opera colossale e incomprensibile. Una galea arenatasi nelle paludi dell'Arno con il suo inquietante equipaggio di morti. Una cantatrice dalla voce paradisiaca, al cui fascino neppure l'Alighieri era stato insensibile, che l'assassino trasforma in un'orrenda allegoria. Infine, in missione a Roma, i resti di cadaveri dilaniati che il Tevere getta sulle sue sponde, forse sacrifici di un'antica terribile religione».
Se il nasuto poeta nazionale non investiga è comunque investigato. Soprattutto sulla sua morte che di nemici ne aveva a iosa. Malaria o assassinio? A volte diventa il depositario prescelto di una profezia e immaginatevi i risvolti purulenti, il suo fantasma aleggia nella vicenda sanguinosa oppure arriva alla polizia qualcuno dei suoi versi che portano sfiga tremenda, un manoscritto che potrebbe essere l’originale della Divina Commedia a creare un casino pazzesco, qualche testa matta che uccide seguendo le pene descritte nell’Inferno tanto carucce da mettere in pratica.
Non c’è pace. Anzi, non ha pace. Citato pure indirettamente da altri segugi di orme, vedi la Guerrera di Marilù Oliva che ogni tanto, tra un calcio in bocca e una ginocchiata nelle palle, rigurgita qualche terzina infernale. E insomma di Dante non si butta via proprio niente come si fa col maiale (mi è venuta così).
Su Inferno di Dan Brown taccio che ne sentiremo parlare anche troppo.
E così sia.
                                                                                   [by Fabio Lotti, of course]

domenica 16 giugno 2013

sabato 15 giugno 2013

venerdì 14 giugno 2013

lettori e romanzieri russi...

«Cos’è che ami, quando sei innamorata? I suoi vestiti, i suoi libri, il suo spazzolino da denti. Tutti i beni di consumo, che prima erano estranei, vengono magicamente riabilitati come aspetti della persona, come espressioni organiche di azioni, di scelte e di usi. Dopo che Evgenij Onegin scompare nel settimo capitolo, Tat´jana comincia a recarsi in visita nella sua tenuta abbandonata. Guarda i segni che ha lasciato sul biliardo, la sua biblioteca, il suo frustino, "e tutto le pare inestimabile".
- Chi era dunque lui? - domanda riflettendo sui suoi libri, esaminando i segni lasciati sui margini dall’unghia del suo pollice».

I posseduti.
Storie di grandi romanzieri russi e dei loro lettori
Elif Batuman (Einaudi, 2012)

giovedì 13 giugno 2013

Johnny Guitar (1954)

Nonostante il parziale successo al botteghino, quando questo film uscì negli USA finì per attirarsi una serqua di aspre critiche che alla fine sfociarono nell'accusa di anti-maccartismo. Era infatti il 1954 e l’America, percorsa dalla febbre oscurantista del senatore McCarthy, giudicò del tutto inattendibile la rivalità fra i due personaggi femminili del film (la recitazione della grande e bizzosa diva Joan Crawford risultò manierata mentre quella dell’antagonista Mercedes McCambridge troppo eccessiva). A causa della trama d’impianto teatrale, quindi molto«parlata», Johnny Guitar fu paragonato dal pubblico addirittura a una soap opera. Il grande riscatto per la pellicola giunse però presto dalla Vecchia Europa, nella quale questo anomalo western assurse in poco tempo allo status di cult-movie - soprattutto grazie all’innamoramento di François Truffaut, che ne trattò con dovizia sui Quaderni del Cinema e successivamente lo citò in maniera esplicita in una scena de La mia droga si chiama Julie.
I temi che affronta Ray nel film sono dei veri e propri topoi del filone. C'è la donna contesa (ma è conteso anche il protagonista maschile, il roccioso attore Starling Hayden, simbolo del puro machismo a stelle e strisce di quegli anni), c'è la frontiera che scompare per l'arrivo della ferrovia, con relativo e conseguente crepuscolo del mito dei pionieri, c'è l'uomo solo contro tutti e c'è infine lo showdown finale e risolutivo. Ma poi nello svolgersi il film non si perita di adottare moduli noir, mettendo in scena un universo dominato dalla ferocia, in cui si muovono personaggi disperati con un passato da lasciarsi alle spalle (tipico dei film del grande cineasta), che pretendono di amarsi contro tutto e tutti e fronteggiando a causa di ciò un destino crudo e crudele.
Inoltre, provenendo Ray dall’architettura, Johnny Guitar si spinge stilisticamente ancora più in là dei prodotti a lui coevi, riuscendo ad allestire scenograficamente una visione d’insieme, un decòr simmetrico ed estetizzante, inusitato per il periodo, per ottenere il quale il cineasta ricorse anche ad un uso particolare del colore (va detto che parte dell’effetto di saturazione cromatica è dovuto allo stranissimo standard usato dell’epoca: il Trucolor): il tutto al servizio del vigoroso sottotesto del film, imperniato sulla tolleranza e - in fondo è vero - sull'imperante caccia alle streghe, ma anche sulla forza delle passioni (con tutta la metafora del fuoco che sfocia nell'incendio).
Esiste in questa splendida pellicola d'epoca un perfetto rigore geometrico nel descrivere i sentimenti che muovono i personaggi, fornendo loro passione e verosimiglianza pur nella loro programmatica poeticità. Parlano per frasi nette, certo, e ogni loro dialogo sembra talvolta un po' artefatto, didascalico quasi; eppure quando Vienna (la Crawford, qui al suo apice) al buio riluttante della sera, lo sguardo irradiato dalla luce di un faro, scoppia in lacrime confessando di aver sempre aspettato che il suo Johnny tornasse, è un momento che si imprime a fuoco nella memoria del cinema e in fondo al cuore dello spettatore.

mercoledì 12 giugno 2013

se ne va il fabbricatore di corpi...

unforgiven chambara...

accadono cose assai curiose, nell'odierno cinema globalizzato: i giapponesi si sono messi in testa di realizzare un rifacimento in chiave samurai de Gli Spietati, nientemeno che il capolavoro del 1992 di Clint Eastwood, scelta che in qualche modo suona ironica se si pensa che il vecchio Zio Clint deve il suo arco di trionfo proprio a un western ricalcato, per di più senza autorizzazione, su un famoso chambara giapponese, La sfida del samurai di Akira Kurosawa.
La storia di questo rifacimento, che dimostra se non altro l'universalità del genere al di là degli archetipi nazionali, si svolgerà sempre nel 1880, ma la location è stata spostata nell’isola giapponese di Hokkaido, durante il periodo Meji. Il protagonista è un ex-samurai che, per sfamare i suoi figli, si appresta al suo ultimo assassinio. Il regista di questo adattamento è Lee Sang-il e il titolo del film Yurusarezaru mono (“Qualcosa che non può essere perdonato”).
A interpretare il ruolo che fu di Eastwood è stato chiamato il celebre attore giapponese Ken Watanabe (L'ultimo Samurai, Inception, Lettere da Iwo Jima). Accanto a lui, Koichi Saito rivestirà il ruolo di Gene Hackman e Akira Emoto quello di Morgan Freeman. Uscita nelle sale (chissà in Italia!) prevista per il settembre del 2013.
 
[approfittiamo per segnalare il bellissimo blog Se sei vivo spara dal quale abbiamo trafugato la notizia succulenta - e tanta altra roba. Cultori del western e non, gettateci un occhio: ne vale davvero la pena!]

martedì 11 giugno 2013

scavando in territorio indiano...

The Burrowers è un interessantissimo cross-over tra due generi affini (l'horror e il western), indicato sia per gli appassionati del primo, generalmente di bocca più buona, che per quelli del secondo, notoriamente più attaccati al rispetto dei crismi dell'epica insiti nel genere americano per antonomasia.
E il regista JT Petty si mostra assai attento nel dosaggio del cocktail, servendosi di un plot che a primo acchito sembra una derivazione dark di Tremors, per costruire però un far west suggestivo e rarefatto, che non lesina in violenza e desacralizza parte degli stereotipi del genere guardando, in maniera più o meno evidente, a pellicole d'autore recenti come L'assassinio di Jessie James per mano del codardo Rober Ford.
Dopo un classico prologo atto a preparare la giusta dimensione d'attesa, con creature nell’ombra che in una notte di tregenda danno l'assedio a un’innocente famiglia di coloni nel Dakota, The Burrowers accompagna alla svelta lo spettatore lungo il suo vero viaggio e per tutta la prima ora è, a tutti gli effetti, una sorta di Sentieri Selvaggi in chiave moderna, brutale e revisionista, con tutti gli elementi tipici del filone come: la ricerca dei rapiti da parte di una posse di volontari (solo che i rapitori, si scoprirà, non sono i pellerossa, ma sinistri mostroni che vivono sottoterra), il territorio brullo e ostile, il plotone di soldati (dipinti come una manica di schizoidi sanguinari), gli esperti frontiermen, gli scontri a fuoco e i bivacchi notturni.
Nonostante qualche passaggio a vuoto e qualche incongruenza narrativa (soprattutto nella parte centrale), il film è avvincente nonché solidamente imbastito e, cosa più importante, quando finalmente si arriva al momento dello “svelamento”, le aspettative dello spettatore non vengono frustrate: le creature hanno un aspetto e un modus operandi piuttosto originale, ai quali va aggiunto un background mitologico volutamente fumoso ma perfettamente incastrato nella geografia locale. Notevole anche il finale tutt'altro che consolatorio, la qual cosa, per un film presumibilmente indirizzato a un pubblico di teenagers, colpisce e impressiona in maniera positiva.
Il cast è convincente (un granitico Clancy Brown, uno schizzato William Mapother e un Doug Hutchinson nella parte dello stronzetto arrogante che pare ormai la sua cifra abituale) e i personaggi risultano molto ben disegnati, ognuno con caratteristiche precise. Gli effetti speciali sono mostrati a piccole dosi, e ringraziando Iddio non sono fatti con due soldi (o se lo sono tanto di cappello ai tecnici capaci); e nonostante il ritmo non sia certo forsennato, la vicenda fluisce senza particolari problemi di straripamento, anche se il succo del progetto (i burrowers) ci viene somministrato cum grano salis. Lontano dallo stile videoclipparo e frenetico di molti horror contemporanei, Petty si prende il suo tempo per raccontare e per architettare, passo dopo passo, un’atmosfera affascinante anche grazie alla plumbea fotografia di Phil Parmet e alle musiche di Joseph LoDuca
Godurioso!

lunedì 10 giugno 2013

Pardini e la sua prosa esatta...

Vincenzo Pardini è uno di quei pochi, fondamentali scrittori nostrani che il grande pubblico perlopiù misconosce, un autore schivo ed appartato (vive facendo la guardia giurata in un paesello vicino Lucca collaborando da lì a testate come La Nazione o Tuttolibri ma concedendosi pochissimo alla cronaca salottiera) alla cui notorietà poco ha giovato finanche il trattamento cinematografico di uno dei suoi libri da parte di un regista di grido come Veronesi - suo Il mio west, con David Bowie e Leonardo Pieraccioni, pellicola del 1995 che nelle intenzioni voleva carpire la bellezza epica e barocca del magistrale romanzo western Jodo Cartamigli, tentativo ahinoi fallito miseramente anche per l'evidente miscasting (la Marcuzzi e Pieraccioni tra i tavoli di un saloon davvero non si possono guardare). Eppure la prosa di Pardini, con al suo attivo una decina di libri pubblicati presso editori di grande e medio cabotaggio (Natalia Ginzburg disse di lui che era il nostro Maupassant), è davvero una sorprendente fucina linguistica cui chiunque coltivi anche la più trattenuta velleità di scrittura dovrebbe guardare con predace attenzione, perché in quel suo tipico incedere alla ricerca della metafora più ardita, in quel suo straordinario recupero dei fonemi più arcaici, un giovane autore potrebbe - forse! - comprendere la faticosa potenza di una scrittura esatta ed efficace, che ad una vulcanica contemplazione antropologica del Male unisce una capacità espressiva unica, una scrittura che in barba a qualsiasi legge di mercato si sforza di mettere a segno un universo vivo e palpitante fottendosene della facilità d'accesso del lettore ed anzi imponendogli talvolta una rilettura più attenta, costringendolo insomma a percepire, oltre al senso delle storie narrate, la straordinaria, pregnante musicalità delle parole utilizzate per raccontarle (trattando spesso di West, anche se modulato in un'ottica tutta italiana, talvolta Pardini fa venire indubitabilmente in mente McCarthy, e questo sin da quando l'autore texano era da noi assolutamente sconosciuto ai più).
Banda Randagia è una raccolta di racconti, uscita nel 2010, nella quale l'autore toscano rinuncia clamorosamente a qualsiasi orpello stilistico (e anche in questo ci sembra di scorgervi una similitudine con la più recente deriva mccarthyana) per regalarci nove gioiellini più o meno brevi, tutti egualmente saturi di una carica d'inquietante capacità eversiva, tutti latori di un poderoso senso di perturbamento che solo uno scrittore evocativo come Pardini sa infondere in chi legge. Da applausi. E col bis.

Banda Randagia
Vincenzo Pardini (Ed. Fandango)

sabato 8 giugno 2013

mezzosangue, crotali e poesia estrema...

«Se voi siete il diavolo, allora non sono io a raccontare questa storia. È non-io, Out-in-the-Shed, Fuori-nella-Baracca. Questo è il nome che mi aveva dato lei senza neanche saperlo. […] Credevo di chiamarmi anche Ehi-tu e Vieni-un-po’-qui-ragazzino. Più o meno per i primi dieci anni di vita pensavo di essere quello che dicevano queste parole tybo. Tybo significa “uomo bianco” nella mia lingua. E la mia lingua è poche parole che ricordo ancora.
Mia madre era un'indiana Bannock. Lavorava con Ida come donna delle pulizie, e tutte le volte che a un uomo veniva voglia di un'indiana. Così ero nato io… o almeno credevo. Mia madre mi aveva chiamato Duivichi-un-Dua, che ha un significato, e ciò dimostra che ero uno da portare un nome come quello, e non come Out-in-the-Shed, Fuori-nella-Baracca.»

L'uomo che si innamorò della luna 
Tom Spanbauer (Ed. Mondadori Strade Blu)

venerdì 7 giugno 2013

Granieri sull'Huffington Post...

«Ci sono libri che, già quando sei arrivato a leggerne poco più della metà, ti mancano. Ed è il pregio degli autori che sanno individuare il nervo scoperto nella società e su questo agiscono.
Quando, nel 2007, la casa editrice Isbn mandò in libreria Uomini e cani il pubblico percepì subito che lo scrittore Omar Di Monopoli (bolognese di nascita, classe '71, ma residente nel Salento) aveva fatto centro. Un grande successo di vendita, ma anche di critica, dato che il volume si aggiudicò il Premio Kihlgren Città di Milano.
Dal 18 aprile scorso, a poco più di sei anni dalla data di uscita, Uomini e cani si reinventa, tornando in libreria nella collana Reprints, una costola del catalogo della casa editrice milanese in cui vengono rieditati i libri di maggior successo.
Come afferma Di Monopoli "si tratta di riedizione con nuova copertina e formato rivisto, nonché con un nuovo lancio in vista del film di imminente lavorazione". E sì, perché la notizia nella notizia è che la "Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi ha, infatti, acquisito i diritti del romanzo, affidando la regia del lungometraggio al regista Fabrizio Cattani, con un cast corposo e con le riprese che cominceranno in Puglia nel prossimo mese di settembre"».

il western non muore mai...

giovedì 6 giugno 2013

alla Barona...

(ieri il Premio Kihlgren è andato a Il negativo dell'amore, di Maria Paola ColomboGianni Barbacetto ne ha tratto un pezzo su Il Fatto Quotidiano, citando, tra gli altri - glu glu glu, ruota di pavone - anche il titolare del blog: leggetevìllo:-)
La Barona è (come Quarto Oggiaro) anche un luogo dello spirito. Quartierone alla periferia di Milano. Casermoni, viali, stradine, grandi spazi pieni e grandi spazi vuoti. E la vita, quella che fa di Milano una città ancora viva, malgrado il centro occupato da banche e uffici. Alla Barona c’è il Barrio’s, un centro in un quartierone senza centro e lontano anni luce dal centro. È bar e birreria, luogo per leggere e per incontrarsi, sale dove ascoltare e discutere. Ha 315 giorni d’apertura, 60 mila presenze, 400 eventi ogni anno. Lo ha inventato, nel 1997, don Gino Rigoldi, uno di quei preti che dimostrano l’esistenza di Dio, o almeno di una Chiesa capace di ascoltare i segni dei tempi e parlare agli uomini, quelli concreti. Cappellano del Beccaria, il carcere minorile di Milano, don Gino è un punto di riferimento per i ragazzi ritenuti difficili ed emarginati. Al Barrio’s, la sua Comunità nuova ha la collaborazione dell’Anpi e di tante altre associazioni. Tra queste, l’associazione “Gli amici di Edoardo”, animata da Rosella Milesi Saraval e fondata per ricordare Edoardo Kihlgren, un giovane impegnato, irrequieto e generoso, morto troppo presto.
Tra le attività del gruppo, un premio letterario che segnala opere prime, scritte da autori che non abbiano più di 35 anni. È un premio che mischia, alle birre del Barrio’s, i libri: la giuria è infatti composta dai frequentatori delle iniziative culturali del centro, affiancati dalla giuria delle scuole (180 studenti di sette scuole superiori) e dalla giuria d’onore, che comprende personalità del mondo della cultura, tra i quali Rosellina Archinto, Ester Armanino, Paolo Biscottini, Isabella Bossi Fedrigotti, Sergio Escobar, Anilda Ibrahimi, Ermanno Olmi, Moni Ovadia, Cesare Rimini.
(continua qui)

facce da burns

(qui splendida galleria di ritratti a firma charles burns per la rivista The Believer)

mercoledì 5 giugno 2013

martedì 4 giugno 2013

Chaplin sconosciuto...

Del genio di Chaplin si è scritto e letto di tutto. La sua opera è stata ampiamente analizzata e discussa da fior di studiosi mentre la sua biografia ha per decenni alimentato le riviste di gossip di tutto il mondo, costituendo ancora oggi materia di tumultuosa speculazione per moralisti e censori. Ben poco si conosce invece del suo ostinato, innovativo e a dir poco irripetibile metodo di lavoro. Prima vera star universale della Settima Arte, con la quale è - a ragione - messo in relazione alla stregua di un Beethoven per la musica classica, Charlie «Chas» Chaplin fu di fatto l'inventore (assieme a un manipolo di professionisti del settore e a due o tre altri geni della sua quasi identica stazza: leggasi Buster Keaton e Harold Lyodd) del cinema così come lo conosciamo oggi. Carrelli, dolly, rallenti, doppia esposizione e compagnia sonante furono, nelle mani di questo artista insuperabile, materia di perfezionamento sublime nonché sagace costruzione di un vero e proprio codice che oggi, grazie all'ineccepibile lavoro della Cineteca di Bologna, possiamo finalmente gustare dal di dentro. Alla ricerca di Charlie Chaplin è infatti un prestigioso cofanetto (libro e Dvd) che alla modica cifra di 18 Euro ci consegna il «laboratorio» tormentato e inesauribile di Kevin Brownlow e il suo compare David Gill, registi e storici della televisione che negli anni Ottanta misero a segno un film intitolato Unknow Chaplin nel quale si mostravano i segreti e le tecniche di lavoro del padre di Charlot. Attraverso filmati inediti, scene tagliate, spezzoni di vita famigliare e interviste incredibili ai testimoni dell'epoca d'oro del cinema, il duo inglese svela numerosi dei trucchi utilizzati da Chaplin sul set dei suoi film più famosi (e sono tutti famosi, dannazione!), permettendoci per la prima volta di comprendere l'immensa portata della sua arte, la straordinaria visionarietà del suo talento e la sua inflessibile, maniacale ricerca della scena perfetta (che lo spingeva a ripetere ossessivamente, con grande sprezzo per il costo della pellicola, fino a 1000 volte la stessa scena sino a che l'effetto comico voluto non fosse raggiunto). Chaplin improvvisava sulla scorta di un canovaccio mentale, senza alcuna sceneggiatura, portando avanti dei progetti che partivano dal cuore, affidandosi esclusivamente alla sua sensibilità e al proprio mestiere mentre metteva a segno perle come La febbre dell'oro e Le luci della città. La visione di questo raro documentario, aggiunta alla lettura del diario tenuto con squisita ironia britannica da Brownlow nella lunga e tortuosissima ricerca degli spezzoni segreti riguardanti il maestro, non può che costituire una pietra miliare per chiunque ami il cinema.

Alla ricerca di Charlie Chaplin - Kevin Brownlow
(Ed. Cineteca di Bologna)