martedì 14 luglio 2009

Incipit di un Mestro italiano...

«È la strada che Vanni percorre ogni mattina, fa freddo. La notte scorsa ha piovuto per tutto il tempo dell'allarme, fino verso le sei, una pioggia noiosa, fitta, sottile. Dopo, la temperatura si è abbassata ancora. Adesso, lame di gelo gli radono la faccia, ripassano il frettoloso lavoro del rasoio di qualche minuto fa, davanti allo specchio del bagno. Sotto la pelle, sente la carne come ispessita, gli ricorda la sensazione di un'anestesia, l'immagine sono le sue mani che separano due bistecche congelate insieme. La carne si spezza, non segue il taglio preciso del macellaio, si modella lungo le grossolane linee di ghiaccio che si sono solidificate fra le nervature. Non è un bel pensiero, Vanni cerca di toglierselo dalla testa, non ce la fa.
E' in ritardo, come al solito. Non è un problema della guerra, è la difficoltà a staccarsi da casa, uscire, lo fa soltanto all'ultimo minuto, dopo essersi concesso tutte le proroghe possibili, anche quelle prive di fondamento. Sull'immagine dei rudi pezzi di carne gelida, Vanni si chiede se il Vespone rosso ce l'avrebbe fatta a partire con quel freddo. Dopo aver ricostruito ogni possibilità, decide che non si sarebbe neanche mosso, conclude che ha fatto bene a rubarsi un motorino nuovo, qualche ora prima, nel quartiere sotto i colli. E' almeno la quinta volta che se lo ripete da quando si è svegliato, sente che non sarà l'ultima, ne occorreranno altre per farsene una ragione.
Rallenta, rialza il bavero del giaccone, si abbottona sotto il collo, non lo fa quasi mai, a chiudersi così ha l'impressione di soffocare. Dopo, spinge a fondo sul gas, giusto un attimo, con la velocità s'inasprisce anche il gelo, ritorno l'immagine di carne crepata. Meglio arrivare in ritardo che con la faccia a pezzi, pensa. Gli sembra di galleggiare sulla strada, morbido, liscio, senza gli scossoni ai quali lo aveva rassegnato il vecchio Vespone. In primavera, con i primi tepori e la possibilità di goderli, si ringrazierà davvero per il bottino della sua scorribanda notturna. Un pensiero si accavalla, dice che non è necessario aspettare il cambio di stagione per congratularsi con se stesso. Dietro i lineamenti strizzati, prende forma il vago contorno di un sorriso.»

Tutta quell'acqua - Luigi Bernardi (Ed. Dario Flaccovio)

lunedì 13 luglio 2009

Fiamme nel deserto

Che bei film maranza si confezionavano negli anni Novanta, cristo! Hot Spot, uscito nel 1990 e trascuratissimo all'epoca, pare col senno di poi uno degli esempi più fulgidi di quel filone neo-noir alla Brivido caldo, che saccheggiava la letteratura pulp (quando ancora Tarantino consumava bibite dietro il bancone di un negozio di home-video), condendola con zaffate scorrette - e per questo pregiatissime - di sesso torbido. Qui il regista è un eccellente Dennis Hopper che, trovandosi tra le mani il sex-symbol più in voga del momento (l'allora bel tenebroso Don Johnson, inespressivo e buzzurro al punto giusto quando massacra di pugni un tipo che gli dice: «Tu sei un duro, eh?». E Johnson, impassibile: «No, sei tu il duro, io sono peggio» e giù sberle da orbi) mette a segno una bella storia polverosa tratta dal romanzo (anch'esso degno di nota) di Charles Williams. Deserti afosi, vita di provincia e pugni tonanti: roba davvero forte! E oggi nessuno si concederebbe finali così cinici e immorali come quello di questa pellicola, mentre scene erotiche così spinte sarebbero preparate da un ributtante battage pubblicitario, (all'epoca invece nessuno se le filava più di tanto). Inoltre il cast funziona perfettamente. Johnson è perfetto nel ruolo di uno straniero incendiario in un sonnacchioso paese di provincia, spartito tra una brunetta virginea ma non troppo (Jennifer Connelly, al suo primo nudo) e una bionda scostumata (Virginia Madsen). Da sturbo la colonna sonora blues, con John Lee Hooker e Miles Davis. Il tutto non contiene nulla di veramente originale, d'accordo (leggasi alla voce Santuario, di un certo William Faulkner), ma sicuramente non è tempo sprecato, anzi, ad avercene ancora, di film così.

domenica 12 luglio 2009

Abandoned Truck with Cactus


pic by jsmdesign.

sabato 11 luglio 2009

Senza testa...

«In fondo ad una di quelle ampie insenature che movimentano la sponda orientale dell'Hudson, in quel punto dove il fiume si allarga sensibilmente, chiamato Tappan Zee dagli antichi navigatori olandesi, e dove essi serravano sempre prudentemente le vele e imploravano la protezione di San Nicola quando lo attraversavano, là si trova una piccola città sede di un mercato e di un porto rurale, da qualcuno chiamata Greensburgh, ma più generalmente e propriamente nota con il nome di Tarry Town ("città dove ci si attarda"); un nome, si dice, coniato tempo fa dalle brave massaie del paese vicino, vista l'inveterata inclinazione dei loro mariti a soffermarsi nella taverna del villaggio nei giorni di mercato.»

La leggenda di Sleepy Hollow
Washington Irving (Ed. Newton & Compton)

Bullitt (1969)

venerdì 10 luglio 2009

Follia insensata...

All'alba degli Ottanta il giovane Roberto Succo uccise il padre e la madre per poi darsela a gambe verso la Francia, dove seminò aggressioni e omicidi fino al giorno della sua cattura. Politicamente confuso e velleitario, intriso di un militarismo ingenuo, Succo all’epoca venne scambiato da alcuni per una specie di anarcoide, di fatto era solo un pericolosissimo serial-killer. Il che ha reso ancora più delicato l'operato di Cedric Kahn (ex giovane talento francese, già regista di Trop de bonheur e La noia), che ha scritto il film partendo dal libro di Pascale Froment, preoccupandosi di porre il protagonista sul crinale esile che divide l'essere un carnefice dall'essere una vittima (in questo caso di sé stessi e della propria psicopatia).
Roberto Succo (2001) comincia quindi dal momento in cui, nel 1981, a Mestre, il protagonista diciannovenne massacra i genitori, madre casalinga e padre poliziotto. Dal manicomio criminale dove era stato chiuso evade nel 1986 e si rifugia tra la Costa Azzurra e la Savoia. Là si prodiga in rapine, uccisioni, morti incomprensibili, sparizioni di persone, irruzioni per furto nelle case, violenze carnali; alla fine lo arrestano; si ucciderà nel 1988 in carcere, proclamandosi terrorista e prigioniero politico, inveendo contro il proprio Paese («L'Italia è merda... la camorra e la mafia... l'Italia è marcia»). La vicenda è appassionante, mentre il film non ha una grande anima - anche se offre numerosi spunti interessanti. Bella prova per l'attore italiano debuttante Stefano Cassetti, molto bravo nell'interpretare la frenesia isterica e mai doma del personaggio.
Non c'è analisi in Roberto Succo e non c'è scavo, c'è la perfetta resa della superficie di una vita vissuta border-line. È una pellicola che lascia uno strano perturbamento dentro, forse perché, nella sua incoerenza, nel suo distacco chissà quanto calcolato, riesce a mostrare quanto possa essere incomprensibile la violenza d'un giovane, la sua ferrea lucidità nel preservare la latitanza pur continuando ad aggredire, a trucidare, a violentare donne, ad amare una ragazzina del liceo propinandogli le più oscure fandonie e poi ritrattando. Inquietante.

giovedì 9 luglio 2009

Dia•Log


pic by Lost America.

mercoledì 8 luglio 2009

Adolescenti del nostro tempo...

Joyce Carol Oates non appartiene - fortunatamente - a nessuna categoria letteraria ben definita (ammesso che un catalogo siffatto abbia un senso), poiché questa potentissima scrittrice, autrice infaticabile di saggi, romanzi, opere teatrali e poesie nonché docente alla prestigiosa Università di Princeton e candidata in perenne odore di Nobel, è sicuramente una tra le voci più originali ed inclassificabili della letteratura occidentale.
Figli randagi raccoglie sei racconti risalenti al lontano 1974, ma che non accusano minimamente il colpo dello scorrere degli anni. Sono storie che fondono una visione realistica e violenta dell'esistenza con immagini grottesche, più nere dalla pece, inquietudini capaci di consegnarci figure davvero indimenticabili di giovani nati vecchi, di ex adolescenti folli o precocemente sfioriti, e di ragazzini problematici. Allen Weinstein, nella novella Nella regione del ghiaccio, è ad esempio un «biondino esile, inespressivo» che, prima di suicidarsi nelle buie acque d'un lago, cercherà di coinvolgere nella sua follia suor Irene, una giovane insegnante universitaria. Joyce Carol Oates descrive l'insolito rapporto fra la monaca e il giovane (ebreo), sfiorando magistralmente il morboso - e il macabro - con un'insistenza che rende piena giustizia a chi per anni l'ha definita la «dark lady» della narrativa d'oltreoceano. Elizabeth June Smith, che tutti chiamano semplicemente Smith, è invece la protagonista di Figli randagi: la cupa novella che è stata scelta a intitolare la raccolta tradotta in italiano. La ragazza, che dimostra diciotto anni ma ne ha in realtà ventisei, ci viene presentata come una mezza sciroccata. Nel suo viso piccolo e scialbo si legge una sulfurea, indecifrabile concentrazione. Le sue narici sono «orlate di bianco, il bianco della rabbia». Ma risveglierà il ricordo di un amore giovanile in un noto e rispettato urbanista di nome Benedict. Inarrivabile è invece la descrizione del balordo Eddie Friend nel racconto - tra i più noti - intitolato Dove stai andando, dove sei stata?, un grumo di angoscia cadenzata vissuta in prima persona dalla adolescente Connie, lasciata allo sbando da genitori assenti. La Oats, sfidando con intelligenza situazioni spesso al limite della "telenovela", disegna in poche stringate paginette sei parabole che rimescolano il sangue nella loro calcolata prevedibilità. Esistono aggettivi per una scrittrice di questo calibro? No, decisamente non ne esistono!

Figli randagi - Joyce Carol Oates (Ed. E/O)

Shadow Man (incipit)

«Stavo appoggiato al banco di un bar della Cinquantaduesima Strada, aspettando che Nora terminasse le sue commissioni natalizie, quando una ragazza si alzò dal tavolo dove stava seduta con altre tre persone, per avvicinarsi a me. Era piccola di statura, bionda, e sia che se ne considerasse il viso o la figura nell'abito sportivo azzurro-polvere, il risultato era comunque soddisfacente. - Lei non è Nick Charles? - domandò.
Risposi: - Sì.
Tese la mano. - Io sono Dorothy Wynant. Non si ricorda di me, ma dovrebbe ricordarsi di mio padre, Clyde Wynant. Lei...
- Certo - dissi, - adesso mi ricordo anche di te, ma allora eri una bambinetta di undici o dodici anni appena, no?
- Sì, ne sono passati otto da allora. Senta: si ricorda quelle storie che mi raccontava? Erano vere?
- Probabilmente no. Come sta tuo padre?»

L'uomo ombra - Dashiell Hammett (Ed. Guanda)

martedì 7 luglio 2009

Parla Massimo Coppola...


Su affari Italiani, invece, un'interessante intervista al direttore editoriale di ISBN Massimo Coppola.

da leggere...


Matteo Righetto, autore per Zona editrice di Savana Padana, ha scritto per SugarPulp una appassionatissima recensione di Ferro e fuoco che trovate qui.

lunedì 6 luglio 2009

Sunset above abandoned truck.

pic by jpstanley.

domenica 5 luglio 2009

Pugni e sudore, solo pugni e sudore...

«La boxe è un atto innaturale». Inizia così, semplice e diretto come un jab, uno degli straordinari racconti di F.X. Toole, irlandese d'origine, ex allenatore di pugili che nel 2000 ha raccolto in Lo sfidante (poi riedito nel 2004 da Garzanti come Million Dollar Baby dopo che Eastwood ne trasse il famoso film vincitore dell'Oscar) alcune delle sue prelibate storie di ring. Nato a Long Beach nel 1930 e scomparso in California nel 2002, F. X. Toole studiò recitazione alla Neighborhood Playhouse di New York guadagnandosi da vivere come lustrascarpe, tassista, barista e torero. Da sempre innamorato della boxe, non è mai stato un pugile professionista: ha iniziato a boxare quando aveva ormai oltrepassato la soglia dei quarant’anni, per pura passione. E da allora sul ring ha fatto di tutto: ha indossato i guantoni, ha vinto e ha perso, ha fatto l’allenatore, il massaggiatore, il secondo e il fermasangue, ha rincuorato i suoi pugili tra un incontro e l’altro, ha asciugato il loro sudore e ha tamponato le loro ferite, li ha sentiti soffrire, li ha visti trionfare e li ha soccorsi quando erano stesi al tappeto. Prima di morire affermò con incontrovertibile sicurezza che il pugilato per lui aveva smesso da tempo di avere segreti: l'autore ne conosceva a menadito tutte le tecniche, la storia, le sensazioni, ma anche i trionfi, le sofferenze, i trucchi, le combines. Nei racconti di Toole si disvela l'eccezionale carico di furore atletico che anima il quadrato del ring, dove il pugile è solo a confrontarsi con l'avversario e col proprio dolore. Ma anche tutto ciò che gli si agita attorno, prima e dopo il match. Soprattutto, Toole ha scoperto (forse più di Hemingway e Mailer, che pure seppero farsi cantori di questo tragico, straordinario sport) che sotto il ring si respira una irripetibile magia: la magia delle storie di vita sature della forza e della miseria che sono capaci di muovere gli esseri umani quando non hanno nulla da perdere - e tutto da guadagnare. James Ellroy trova che questo sia «il miglior libro di racconti di boxe mai scritto. Toole è il brillante figlioccio di Sonny Liston, è un pit bull rabbioso. Lo sfidante è un inno alla ferocia del desiderio e della sconfitta.» mentre la grandissima Joyce Carol Oates, che pure alla boxe dedicò articoli e saggi di successo, ha dichiarato che Lo sfidante «ti spezza il cuore. È così appassionante, una visione completa e generosa di un mondo al quale ci possiamo accostare solo con difficoltà, e ancor meno entrare. Sono storie divertenti, inquietanti, imprevedibili e ricche di suspense, ma soprattutto terribilmente vere. Toole scrive come chi torna dall’inferno e brucia dalla voglia di raccontare quello che ha visto.»

Lo sfidante (Million Dollar Baby) - F. X. Toole (Ed. Garzanti)

Angosciante e sublime...

«Attraversare un guado: era questo che mi veniva in mente quando ci ripensavo. Forse anche mia madre stava facendo lo stesso. Attraversava un guado. Passando da una terra nota a una ignota. Da un luogo dove tutti ti conoscono a uno dove semplicemente credono di conoscerti.
Come quando attraversi a nuoto un fiume reale, imprevedibile e infido, e se riesci a raggiungere l'altra sponda sei una persona diversa rispetto a quella che è entrata in acqua.
Iniziò tutto un anno fa, lo scorso luglio. Poche settimane dopo il mio quattordicesimo compleanno. Fu allora che Occhi di Tempesta mi entrò nel cuore.»

Occhi di Tempesta - Joyce Carol Oates (Ed. Mondadori)

sabato 4 luglio 2009

...Johnny Cash: che ve lo dico a fare?

Relitti...


pic by Hegtor.

venerdì 3 luglio 2009

Flesh and Blood (1985)

La cinepresa chirurgica di Paul Verhoeven (regista cui si deve Robocop e Basic Istinct) si prodiga in un sentito omaggio alla pittura fiamminga attraverso questa vicenda di oscure battaglie papali a cavallo tra MedioEvo e Rinascimento ricorrendo, in un vortice di efferata violenza, al rosso carnale della sofferenza (e della passione) e al nero della morte, senza celare una dose ribalda di misoginia nella sceneggiatura, da lui scritta con la complicità del compatriota Gerard Soeteman. Primo film americano per il regista olandese, L’amore e il sangue comincia con le palle infuocate dei cannoni dell’armata di un principe-vescovo scagliate all'indirizzo di una maestosa roccaforte. È tempo di pestilenze e di cupe barbarie e l’ira trabocca dai volti e dai corpi dei soldati regolari mentre una masnada di mercenari li accompagna in un’atmosfera umbratile e plumbea. Siamo nel 1501 e la principessa Agnes (Jennifer J. Leigh), promessa sposa al nobile Stephan Arnolfini (Tom Burlinson), è rapita e violentata da Martin (Rutger Hauer), capo di una banda di mercenari che il padre di Stephan ha licenziato dopo che gli avevano riconquistato la sua città. Mentre nella regione imperversa la peste, Martin e i suoi bravi si asserragliano in un castello che Stephan assedia con un'ingegnosa macchina bellica. All’immancabile duello conclusivo fa seguito un incendio finale di grande impatto visivo. Nessuno è esente da colpe, in questa fascinosa pellicola (sfortunatamente dotata di alcune imperdonabili lacune di script che ne influenzano la tensione) e non esistono buoni e cattivi. Tra spade e lamiere, fango e damaschi, il cineasta europeo trasmigra nel cinema commerciale con il coraggio di portare sullo schermo porzioni di Storia spesso trascurate. Le medesime atmosfere cui evidentemente guardarono con attenzione i Wu Ming nello scrivere il loro fortunato romanzo a più mani Q.

giovedì 2 luglio 2009

Addio al mitico nasone di Hollywood.


Karl Malden, una carriera cinematografica lunga sette decadi, si è spento serenamente ieri sera nella sua abitazione di Brentwood - Hollywood, alla invidiabile età di 97 anni.