
«È la strada che Vanni percorre ogni mattina, fa freddo. La notte scorsa ha piovuto per tutto il tempo dell'allarme, fino verso le sei, una pioggia noiosa, fitta, sottile. Dopo, la temperatura si è abbassata ancora. Adesso, lame di gelo gli radono la faccia, ripassano il frettoloso lavoro del rasoio di qualche minuto fa, davanti allo specchio del bagno. Sotto la pelle, sente la carne come ispessita, gli ricorda la sensazione di un'anestesia, l'immagine sono le sue mani che separano due bistecche congelate insieme. La carne si spezza, non segue il taglio preciso del macellaio, si modella lungo le grossolane linee di ghiaccio che si sono solidificate fra le nervature. Non è un bel pensiero, Vanni cerca di toglierselo dalla testa, non ce la fa.
E' in ritardo, come al solito. Non è un problema della guerra, è la difficoltà a staccarsi da casa, uscire, lo fa soltanto all'ultimo minuto, dopo essersi concesso tutte le proroghe possibili, anche quelle prive di fondamento. Sull'immagine dei rudi pezzi di carne gelida, Vanni si chiede se il Vespone rosso ce l'avrebbe fatta a partire con quel freddo. Dopo aver ricostruito ogni possibilità, decide che non si sarebbe neanche mosso, conclude che ha fatto bene a rubarsi un motorino nuovo, qualche ora prima, nel quartiere sotto i colli. E' almeno la quinta volta che se lo ripete da quando si è svegliato, sente che non sarà l'ultima, ne occorreranno altre per farsene una ragione.
Rallenta, rialza il bavero del giaccone, si abbottona sotto il collo, non lo fa quasi mai, a chiudersi così ha l'impressione di soffocare. Dopo, spinge a fondo sul gas, giusto un attimo, con la velocità s'inasprisce anche il gelo, ritorno l'immagine di carne crepata. Meglio arrivare in ritardo che con la faccia a pezzi, pensa. Gli sembra di galleggiare sulla strada, morbido, liscio, senza gli scossoni ai quali lo aveva rassegnato il vecchio Vespone. In primavera, con i primi tepori e la possibilità di goderli, si ringrazierà davvero per il bottino della sua scorribanda notturna. Un pensiero si accavalla, dice che non è necessario aspettare il cambio di stagione per congratularsi con se stesso. Dietro i lineamenti strizzati, prende forma il vago contorno di un sorriso.»
Tutta quell'acqua - Luigi Bernardi (Ed. Dario Flaccovio)

nessuno si concederebbe finali così cinici e immorali come quello di questa pellicola, mentre scene erotiche così spinte sarebbero preparate da un ributtante battage pubblicitario, (all'epoca invece nessuno se le filava più di tanto). Inoltre il cast funziona perfettamente. 





e scialbo si legge una sulfurea, indecifrabile concentrazione. Le sue narici sono 




osceva a menadito tutte le tecniche, la storia, le sensazioni, ma anche i trionfi, le sofferenze, i trucchi, le combines. Nei racconti di 


. Mentre nella regione imperversa la peste, Martin e i suoi bravi si asserragliano in un castello che Stephan assedia con un'ingegnosa macchina bellica. All’immancabile duello conclusivo fa seguito un incendio finale di grande impatto visivo. Nessuno è esente da colpe, in questa fascinosa pellicola (sfortunatamente dotata di alcune imperdonabili lacune di script che ne influenzano la tensione) e non esistono buoni e cattivi. Tra spade e lamiere, fango e damaschi, il cineasta europeo trasmigra nel cinema commerciale con il coraggio di portare sullo schermo porzioni di Storia spesso trascurate. Le medesime atmosfere cui evidentemente guardarono con attenzione i 